I flop dello Stato investitore e quella nostalgia per l’Iri

Da Monte dei Paschi ad Alitalia, passando per l'interventismo di Cassa depositi e prestiti: usare le casse pubbliche per salvare l'economia nazionale in Italia si è rivelato un pessimo affare.

«In un momento in cui dobbiamo proteggere la nostra produzione industriale e le imprese, se serve torneremo all’Iri», ha detto il ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli il 26 novembre.

Evocando l’Istituto per la ricostruzione industriale creato dal governo Mussolini nel 1933 per far fronte alla crisi bancaria e industriale seguita al crac del 1929, che poi nel Dopoguerra diventò il pivot della ricostruzione post bellica e l’artefice del miracolo economico.

Di miracoli, però, lo Stato ne ha fatti pochi quando ha messo il cappello dell’investitore in testa al ministero del Tesoro.

IL MONTE DEI PASCHI, PESSIMO AFFARE PER LO STATO

L’esempio più lampante è il Monte dei Paschi di Siena, dove il Mef è ancora azionista con quasi il 70%. Entro dicembre dovrà spiegare alle autorità europee come intende uscire dal capitale da qui al 2021, scadenza fissata dagli accordi presi in cambio del via libera alla ricapitalizzazione precauzionale nel 2017. Il problema è che ai corsi attuali lo Stato perde oltre 4,5 miliardi sui 5,39 versati due anni fa per salvare Rocca Salimbeni.

SIENA 25-01-2013 Piazza Salmbeni sede centrale di Mps (foto Riccardo Sanesi/LaPresse).

L’obiettivo era quello di scendere dal Mps in fretta e senza farsi troppo male ma di cavalieri all’orizzonte ancora non se ne vedono e anche la soluzione studiata al momento dai tecnici di via XX settembre sembra complicare la exit strategy perché contempla l’ipotesi di scindere i crediti deteriorati di Mps girandoli ad Amco, la ex Sga al 100% del Tesoro, a un prezzo però più vicino al 47% dei conti di Mps che a prezzi di mercato.  

IL BUCO NERO DI ALITALIA

Alle perdite del Monte di Stato, si aggiungono poi i 900 milioni concessi dal governo Gentiloni all’Alitalia che è in rosso per circa 600 milioni. Anche in questo caso una soluzione di mercato non si vede all’orizzonte e nel triangolo tra il M5s, il Mise e i commissari qualcuno avrebbe suggerito un intervento di Fs – che sono appunto dello Stato – per accollarsi la compagnia, come per l’Anas.

Una nazionalizzazione di Alitalia costerebbe almeno 600 milioni all’anno

Altra ipotesi sarebbe una pubblicizzazione strisciante, con il prolungamento del commissariamento e ulteriori finanziamenti pubblici. Il decreto fiscale ha stanziato 400 milioni, ma la Ue ha fatto sapere che questi soldi possono essere erogati solo se si fa la Newco che comprerebbe Alitalia. La Newco però non c’è, perché non c’è l’offerta di Fs & C. Una nazionalizzazione di Alitalia costerebbe almeno 600 milioni all’anno.

GLI INTERVENTI DI CASSA DEPOSITI E PRESTITI

Lo Stato deve poi fare i conti con gli investimenti della controllata Cassa depositi e prestiti che ad aprile 2018 è entrata nel capitale di Tim, di cui oggi ha il 9,9%. Il raddoppio della quota ha consentito di ridurre i valori di carico in bilancio rispetto al 5% che era stato acquistato nel 2018 a prezzi di gran lunga superiori a quelli che il titolo sconta oggi in Borsa. La partecipazione è iscritta a bilancio a 722 milioni (0,48 euro per azione con il titolo Tim che oggi viaggia attorno a 0,56 euro) ma la Cassa resta comunque fuori dalla gestione, in attesa di risolvere il conflitto d’ interessi che ha con Open Fiber.

Giuseppe Conte parla durante il 170esimo anniversario di Cassa depositi e Prestiti (foto Valerio Portelli/LaPresse).

Dall’ultimo bilancio di Cdp saltano inoltre all’occhio i minori profitti delle partecipate (-13,4% a 587 milioni). Al 30 giugno il valore delle partecipazioni è sceso a 20,29 miliardi (20,39 miliardi a fine 2018) dopo aumenti di capitale (72 milioni), rivalutazioni (620 milioni soprattutto legati a Eni e Poste) e svalutazioni (37 milioni, tra cui Trevi e Open Fiber), con 644 milioni di dividendi distribuiti.  

ENTRATI PIÙ DI 3 MILIARDI IN CEDOLE NELLE CASSE PUBBLICHE

Il Tesoro si consola, infatti, con le cedole. Grazie a quelle staccate dalle principali controllate, lo Stato italiano nel 2018 ha incassato più di tre miliardi di euro. Tra le quotate, in particolare, Enel ha versato 568 milioni di euro, Eni ha dato 126 milioni di euro al Mef e 747 milioni a Cdp. Enav ha staccato cedole per 53 milioni e Leonardo per 24,44, mentre Poste italiane ha dato 160 milioni al Tesoro e 192 a Cdp. Tra le aziende non quotate, invece, la più ‘pesante’ è sempre Cassa depositi e prestiti che ha corrisposto un dividendo di 1,1 miliardi di euro, mentre Ferrovie dello Stato ha staccato una cedola di 150 milioni di euro. Tra le altre, 2,2 milioni di euro fanno capo a Consip e 20 milioni a Sogei.

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I flop dello Stato investitore e quella nostalgia per l’Iri

Da Monte dei Paschi ad Alitalia, passando per l'interventismo di Cassa depositi e prestiti: usare le casse pubbliche per salvare l'economia nazionale in Italia si è rivelato un pessimo affare.

«In un momento in cui dobbiamo proteggere la nostra produzione industriale e le imprese, se serve torneremo all’Iri», ha detto il ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli il 26 novembre.

Evocando l’Istituto per la ricostruzione industriale creato dal governo Mussolini nel 1933 per far fronte alla crisi bancaria e industriale seguita al crac del 1929, che poi nel Dopoguerra diventò il pivot della ricostruzione post bellica e l’artefice del miracolo economico.

Di miracoli, però, lo Stato ne ha fatti pochi quando ha messo il cappello dell’investitore in testa al ministero del Tesoro.

IL MONTE DEI PASCHI, PESSIMO AFFARE PER LO STATO

L’esempio più lampante è il Monte dei Paschi di Siena, dove il Mef è ancora azionista con quasi il 70%. Entro dicembre dovrà spiegare alle autorità europee come intende uscire dal capitale da qui al 2021, scadenza fissata dagli accordi presi in cambio del via libera alla ricapitalizzazione precauzionale nel 2017. Il problema è che ai corsi attuali lo Stato perde oltre 4,5 miliardi sui 5,39 versati due anni fa per salvare Rocca Salimbeni.

SIENA 25-01-2013 Piazza Salmbeni sede centrale di Mps (foto Riccardo Sanesi/LaPresse).

L’obiettivo era quello di scendere dal Mps in fretta e senza farsi troppo male ma di cavalieri all’orizzonte ancora non se ne vedono e anche la soluzione studiata al momento dai tecnici di via XX settembre sembra complicare la exit strategy perché contempla l’ipotesi di scindere i crediti deteriorati di Mps girandoli ad Amco, la ex Sga al 100% del Tesoro, a un prezzo però più vicino al 47% dei conti di Mps che a prezzi di mercato.  

IL BUCO NERO DI ALITALIA

Alle perdite del Monte di Stato, si aggiungono poi i 900 milioni concessi dal governo Gentiloni all’Alitalia che è in rosso per circa 600 milioni. Anche in questo caso una soluzione di mercato non si vede all’orizzonte e nel triangolo tra il M5s, il Mise e i commissari qualcuno avrebbe suggerito un intervento di Fs – che sono appunto dello Stato – per accollarsi la compagnia, come per l’Anas.

Una nazionalizzazione di Alitalia costerebbe almeno 600 milioni all’anno

Altra ipotesi sarebbe una pubblicizzazione strisciante, con il prolungamento del commissariamento e ulteriori finanziamenti pubblici. Il decreto fiscale ha stanziato 400 milioni, ma la Ue ha fatto sapere che questi soldi possono essere erogati solo se si fa la Newco che comprerebbe Alitalia. La Newco però non c’è, perché non c’è l’offerta di Fs & C. Una nazionalizzazione di Alitalia costerebbe almeno 600 milioni all’anno.

GLI INTERVENTI DI CASSA DEPOSITI E PRESTITI

Lo Stato deve poi fare i conti con gli investimenti della controllata Cassa depositi e prestiti che ad aprile 2018 è entrata nel capitale di Tim, di cui oggi ha il 9,9%. Il raddoppio della quota ha consentito di ridurre i valori di carico in bilancio rispetto al 5% che era stato acquistato nel 2018 a prezzi di gran lunga superiori a quelli che il titolo sconta oggi in Borsa. La partecipazione è iscritta a bilancio a 722 milioni (0,48 euro per azione con il titolo Tim che oggi viaggia attorno a 0,56 euro) ma la Cassa resta comunque fuori dalla gestione, in attesa di risolvere il conflitto d’ interessi che ha con Open Fiber.

Giuseppe Conte parla durante il 170esimo anniversario di Cassa depositi e Prestiti (foto Valerio Portelli/LaPresse).

Dall’ultimo bilancio di Cdp saltano inoltre all’occhio i minori profitti delle partecipate (-13,4% a 587 milioni). Al 30 giugno il valore delle partecipazioni è sceso a 20,29 miliardi (20,39 miliardi a fine 2018) dopo aumenti di capitale (72 milioni), rivalutazioni (620 milioni soprattutto legati a Eni e Poste) e svalutazioni (37 milioni, tra cui Trevi e Open Fiber), con 644 milioni di dividendi distribuiti.  

ENTRATI PIÙ DI 3 MILIARDI IN CEDOLE NELLE CASSE PUBBLICHE

Il Tesoro si consola, infatti, con le cedole. Grazie a quelle staccate dalle principali controllate, lo Stato italiano nel 2018 ha incassato più di tre miliardi di euro. Tra le quotate, in particolare, Enel ha versato 568 milioni di euro, Eni ha dato 126 milioni di euro al Mef e 747 milioni a Cdp. Enav ha staccato cedole per 53 milioni e Leonardo per 24,44, mentre Poste italiane ha dato 160 milioni al Tesoro e 192 a Cdp. Tra le aziende non quotate, invece, la più ‘pesante’ è sempre Cassa depositi e prestiti che ha corrisposto un dividendo di 1,1 miliardi di euro, mentre Ferrovie dello Stato ha staccato una cedola di 150 milioni di euro. Tra le altre, 2,2 milioni di euro fanno capo a Consip e 20 milioni a Sogei.

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Sace, Fintecna e Simest: raffica di nomine in Cdp

Pierfrancesco Latini scelto come ad di Sace, Antonino Turicchi di Fintecna. Donato Iacovone presidente della "nuova" Salini Impregilo.

Raffica di nomine a Cassa Depositi Prestiti. Il cda che si è riunito il 26 novembre ha designato i candidati cda di nove delle sue società partecipate. Tra gli altri sono stati indicati Pierfrancesco Latini a.d. di Sace e Rodolfo Errore nella carica di presidente; Mauro Alfonso a.d. di Simest e Pasquale Salzano presidente (con l’incarico anche di Chief International Affairs Officer di Cdp); Antonino Turicchi a.d. di Fintecna e Vincenzo delle Femmine Presidente; Donato Iacovone presidente nella “nuova” Salini Impregilo che è nata per il “Progetto Italia“.

TUTTE LE NOMINE DELLE CONTROLLATE

SACE – Rodolfo Errore (Presidente); Pierfrancesco Latini (Amministratore Delegato), Ilaria Bertizzolo, Elena Comparato, Filippo Giansante, Federico Merola, Monica Scipione, Mario Giro, Roberto Cociancich

SIMEST – Pasquale Salzano (Presidente che assumerà anche l’incarico di Chief International Affairs Officer di CDP), Roberto Rio (Vice Presidente), Mauro Alfonso (Amministratore Delegato), Gelsomina Vigliotti, Ilaria Bertizzolo, Pasquale Salzano.

FINTECNA – Vincenzo delle Femmine (Presidente), Antonino Turicchi (Amministratore Delegato).

CDP Immobiliare – Giorgio Righetti (Presidente), Marco Doglio (Vice Presidente), Emanuele Boni (Amministratore Delegato), Alessandra Ferone, Paolo Fontanelli, Silvia Viviani, Ada Lucia De Cesaris.

CDP Investimenti SGR – Raffaele Ranucci (Presidente), Marco Doglio (Amministratore Delegato), Manuela Sabbatini, Giorgio Righetti, Caterina Miscia.

Fondo Italiano d’Investimento SGR – Antonio Pace (Amministratore Delegato), Vito Lo Piccolo, Esedra Chiacchella, Simonetta Acri, Gianluca Lo Presti, Anna Chiara Sala, Cristina Pozzi.

Invitalia Ventures SGR – Enrico Resmini (Amministratore Delegato), Pierpaolo Di Stefano, Marco Bellezza, Isabella de Michelis di Slonghello, Lucia Calvosa, Antonio Margiotta.

SIA – Federico Lovadina (Presidente), Fabio Massoli, Andrea Pellegrini, Carmine Viola, Andrea Cardamone.

Salini Impregilo – Donato Iacovone (Presidente), Pierpaolo Di Stefano, Francesca Balzani, Giuseppe Marazzita, Marina Natale.

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