Hammamet, se l’uomo Bettino oscura il politico Craxi

Gianni Amelio si concentra sull'umanità del leader Psi. Sottrarsi a ogni giudizio e presa di posizione, però, rappresenta una delle debolezze del film.

Gianni Amelio racconta con Hammamet gli ultimi sei mesi di vita di Bettino Craxi, interpretato da un camaleontico Pierfrancesco Favino.

E lo fa senza mai nominarlo: il leader Psi è soltanto “il Presidente”.

Il regista propone il ritratto di un uomo invecchiato e in “esilio”, che trascorre il suo tempo tra problemi di salute e famiglia, dialogando con i suoi ospiti del passato e, ovviamente, di politica.

Il film non dà alcun giudizio sulla figura di Craxi e racconta la permanenza a Hammamet come una sorta di diario-confessione. I personaggi secondari sono solo abbozzati e risultano stereotipati. Anche per questo, senza la presenza di Favino Hammamet faticherebbe a convincere lo spettatore.

Regia: Gianni Amelio; genere: drammatico (Italia, 2020); attori: Piefrancesco Favino, Livia Rossi, Luca Filippi, Silvia Cohen, Alberto Paradossi, Federico Bergamaschi, Roberto De Francesco, Adolfo Margiotta, Massimo Olcese, Omero Antonutti, Giuseppe Cederna e con Renato Carpentieri e Claudia Gerini.

HAMMAMET IN PILLOLE

TI PIACERÀ SE: ti piacciono i film che affrontano la recente storia italiana concentrandosi sul lato umano dei protagonisti.

DEVI EVITARLO SE: ti aspetti un film che prenda posizione su una delle figure più discusse della politica italiana.

CON CHI VEDERLO: con chi ha assistito alla caduta del leader socialista e alla fine della Prima Repubblica.

LA SCENA MEMORABILE: Le riflessioni sulla politica di Craxi.

LA FRASE CULT: «Finanziamenti illeciti, chi li ha mai negati! Ma non tutto serviva per la parata!»

La locandina di Hammemet uscito nelle sale il 9 gennaio.

1. NON È UN BIOPIC

La sceneggiatura, scritta da Gianni Amelio in collaborazione con Alberto Taraglio, si è concentrata sul lato più privato e umano degli ultimi sei mesi di vita del politico, malato da tempo di diabete e con un tumore al rene. Il regista ha sottolineato che non si tratta di un film biografico, ma di un progetto che dà spazio agli «spasmi di un’agonia».

Pierfrancesco Favino è Bettino Craxi.

2. L’INCREDIBILE TRASFORMAZIONE DI FAVINO

Pierfrancesco Favino è stato trasformato in Craxi da un team di truccatori italiani che hanno studiato in Inghilterra. Per ottenere l’incredibile livello di realismo, sono stati impiegati molti mesi. L’attore ha sottolineato: «Ricordo che durante il rituale dell’applicazione arrivava il momento, quello in cui venivano messe le sopracciglia finte e indossavo gli occhiali, che era per me il momento dell’oblio di sé, capace di aprire la porta verso qualcosa di nuovo e di diverso. Una porta che, non ci fosse stata, non sarei stato in grado di entrare in un mondo altro e di toccare le cose e le corte che ho toccato». Trovare la giusta voce è stato invece frutto di un lavoro meticoloso basato sulla visione di molti video e interviste.

3. L’UOMO PRIMA DEL POLITICO

Favino ha ammesso di conoscere, prima del film, solo il politico Craxi, non l’uomo. Per addentrarsi nella storia senza prendere posizione o esprimere giudizi, l’attore si è concentrato sul concetto di “eredità” e sulla figura di un padre.

4. LE LOCATION DEL PRESIDENTE

Per aumentare ulteriormente l’aderenza con la realtà, alcune sequenze del film sono state girate nei luoghi in cui ha vissuto Craxi tra cui la casa di Hammamet dove l’ex presidente del Consiglio è rimasto fino alla morte, il 19 gennaio 2000.

L’impressionante trasformazione di Favino.

5. UN FILM DI INNOMINATI

Gianni Amelio ha eliminato tutti i nomi propri dal film. «Non si fanno», ha spiegato il regista, «perché si conoscono anche troppo». La scelta invece di modificarne alcuni e chiamare la figlia Anita invece di Stefania è stata presa pensando alla venerazione del politico nei confronti di Garibaldi.

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Con Tolo Tolo Checco fa dimenticare Zalone

Il film già campione di incassi più che risate a cuor leggero offre la possibilità di riflettere su noi stessi. E la nuova versione della star della commedia italiana convince.

Con Tolo Tolo Checco Zalone, già campione di incassi (34 milioni fino al weekend dell’Epifania), spiazza chi si aspettava delle risate facili e si è ritrovato davanti a una sferzante critica sociale. Al centro della trama c’è Checco che vive a Spinazzola, in Puglia, e rifiuta il reddito di cittadinanza per aprire un sushi restaurant.

Checco Zalone in una scena di Tolo Tolo.

Dopo il fallimento della sua impresa decide di fuggire dai creditori riparando in Africa dove lavora come cameriere in un resort di lusso e stringe amicizia con Oumar, che sogna di diventare regista e ama il cinema italiano. Quando scoppia la guerra civile i due sono però costretti a emigrare insieme alla bella Idjaba e al piccolo Doudou, intraprendendo un viaggio da clandestini.

GUARDA ANCHE: Ora Salvini vuole Zalone senatore a vita

La sceneggiatura scritta insieme a Paolo Virzì non risparmia politica, governo, il fascismo strisciante e l’ipocrisia di una certa stampa. Il tutto lasciando spazio a momenti musicali e onirici che spiazzano ma convincono. Tante, forse troppe, le tematiche che affronta Tolo Tolo. Tuttavia il film scorre veloce verso un finale a sorpresa che obbliga a riflettere su se stessi senza offrire risposte preconfezionate.

Regia: Checco Zalone; genere: commedia (Italia, 2019); attori: Checco Zalone, Souleymane Silla, Manda Touré, Nassor Said Berya, Nicola Nocella, Alexis Michalik, Antonella Attili, Maurizio Bousso, Gianni D’Addario, Barbara Bouchet.

TOLO TOLO IN PILLOLE

TI PIACERÀ SE: ami i film che fanno riflettere con momenti musicali e onirici.

DEVI EVITARLO SE: cerchi un momento di puro svago e sei un fan di Zalone “prima maniera”.

Con Tolo Tolo Zalone ha battuto i suoi precedenti record di incassi.

CON CHI VEDERLO: anche da soli, per poter farsi un’idea su un film che ha fatto discutere già prima dell’arrivo nelle sale.

PERCHÉ VEDERLO: Per scoprire una nuova versione di Checco Zalone.

LA SCENA MEMORABILE: Il finale a sopresa (niente spoiler!).

LA FRASE CULT: «Non chiedete cosa possa fare il mio Paese per voi: un cazzo, non può fare un cazzo».

Il film è stato scritto con Paolo Virzì.

1. UNA LAVORAZIONE DURATA UN ANNO E MEZZO

La realizzazione del film ha richiesto una lavorazione di circa un anno e mezzo, dalla fase di scrittura a quella delle riprese. Nel film gli eventi si svolgono nel villaggio di Saint-Jacques, luogo immaginario tra Kenia e Senegal, dove prende il via il viaggio dei migranti.

2. UN INCONTRO INASPETTATO SUL SET

Il regista ha scelto uno dei giovanissimi interpreti dopo averlo incontrato in un villaggio. Il ragazzino si era avvicinato alla troupe chiedendo delle caramelle e Zalone lo ha notato per la sua esuberanza. Dopo un provino organizzato su due piedi lo ha scritturato.

3. COSA C’È DIETRO IL BALLO DEI NAUFRAGHI

Commentando la scena del balletto in mare con i naufraghi, la star della comicità italiana ha spiegato di aver preferito abbandonare il realismo per adottare una dimensione onirica in grado di trasmettere un’idea di fratellanza e speranza.

Nel film Zalone è costretto a intraprendere un viaggio della speranza con altri migranti.

4. LA COLLABORAZIONE CON VIRZÌ

Paolo Virzì, co-sceneggiatore, voleva raccontare la storia di un italiano che è costretto a compiere il viaggio insieme ai migranti, vivendo in prima persona una odissea di cui troppo spesso si parla senza comprendere davvero cosa comporti.

5. DA SORDI A BENIGNI: I PUNTI DI RIFERIMENTO DI ZALONE

 Tra le fonti di ispirazione del regista e attore ci sono Alberto Sordi e Roberto Benigni, senza dimenticare Totò. Un altro mito di Zalone è Adriano Celentano, del quale il regista ha visto tutti i film.

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Jumanji: The Next Level è il classico film di Natale senza pretese

Inseguimenti, ponti sospesi, animali selvaggi di ogni tipo: se volete passare un po' di tempo durante le feste in relax con la famiglia il secondo sequel dell'episodio del 1995 è quello che fa per voi. Una trama esile non certo per palati fini.

Jumanji: The Next Level riporta al cinema le incredibili avventure del gruppo di giovani che vengono trasportati all’interno di un videogioco, secondo sequel del film del 1995 Jumanji, dopo Jumanji – Benvenuti nella giungla del 2017. La situazione in questo capitolo della storia è complicata dalla presenza del nonno di Spencer, ragazzo che fa fatica ad abituarsi alla normalità dopo la prima esperienza nella giungla in cui ha avuto un avatar davvero eroico e possente, e del suo amico Milo, ruoli affidati alle star della comicità Danny DeVito e Danny Glover.

BLOCKBUSTER DAI RITMI DIVERTENTI

Il nuovo elemento su cui si sviluppa la narrazione si rivela vincente: i due personaggi alle prese con la scoperta delle regole del gioco, del loro nuovo “fisico” e di conoscenze e abilità inedite danno vita a momenti esilaranti grazie alle performance di Dwayne Johnson e Kevin Hart che interpretano alla perfezione lo spaesamento dei due personaggi. Karen Gillan e Jack Black sono nuovamente brillanti, e anche loro messi alla prova con uno scambio di ruoli, e la new entry Awkwafina conferma di essere in grado di passare dal registro drammatico del film rivelazione The Farewell – Una bugia buona ai ritmi necessari a far divertire gli spettatori del blockbuster.

AZIONI IN STILE VIDEOGIOCO E BUONI SENTIMENTI

Il cattivo Jorgen il Bruto, ben costruito sulla fisicità di Rory McCann, è poi un antagonista adatto alla situazione e gli elementi che ricreano le avventure dei videogame “vintage” sostengono bene una trama esile, ma efficace. Il regista Jake Kasdan aumenta la spettacolarità proposta dal film tra inseguimenti, ponti sospesi, animali selvaggi di ogni tipo, continui cambi di location e missioni da compiere, ovviamente in pieno stile videogioco, e il risultato è una commedia leggera, coinvolgente e con la giusta dose di azione e buoni sentimenti.

Una scena coi due protagonisti anziani.

FORMULA CALIBRATA PER GIOVANI E FAMIGLIE

Non manca infatti lo spazio per le amicizie da riallacciare, nuove occasioni e un pizzico di romanticismo, formula ben calibrata su un pubblico composto da giovani e famiglie. Jumanji: The Next Level, pur non proponendo nulla di veramente originale, appare però come un titolo perfetto per le festività natalizie che permettono di trascorrere più tempo in totale relax.

JUMANJI: THE NEXT LEVEL IN PILLOLE

LA SCENA MEMORABILE

Eddie e Milo si ritrovano nel mondo di Jumanji e iniziano a scoprirne i segreti e le nuove abilità a loro disposizione.

LA FRASE CULT

«Sono morto e mi sono trasformato in un piccolo boy scout pieno di muscoli?».

TI PIACERÀ SE

Ami i film per tutta la famiglia ricchi di avventura e divertimento.

DEVI EVITARLO SE

Non apprezzi i progetti spettacolari ideati senza troppe pretese.

CON CHI VEDERLO

Con la propria famiglia, per divertirsi insieme durante le feste.

PERCHÉ VEDERLO

Per trascorrere un po’ di tempo in totale relax immergendosi in un mondo fantastico.

Regia: Jake Kasdan; genere: commedia, avventura (Usa, 2019); attori: Dwayne Johnson, Jack Black, Kevin Hart, Karen Gillan, Awkwafina, Danny DeVito, Danny Glover, Alex Wolff, Nick Jonas.

1. SCENA SUI TITOLI DI CODA: LE BASI PER UN TERZO CAPITOLO

Una scena inserita durante i titoli di coda di Jumanji: The Next Level mostra l’arrivo a casa di Spencer di chi deve occuparsi di alcune riparazioni, ruolo affidato a Lamorne Morris, che scende nello scantinato e nota la console del videogioco, prendendola in mano. Come accade nel film originale del 1995 e nei romanzi di Chris Van Allsburg fonte di ispirazione per il franchise, nel mondo “reale” iniziano quindi ad apparire delle creature provenienti da quello fantastico. La continuazione della storia potrebbe quindi sviluppare nuovamente lo spunto narrativo di elementi incredibili e pericolosi che “invadono” la nostra realtà.

2. HOLLYWOOD APPREZZA: C’È LA FILA DI ATTORI

Dwayne Johnson ha rivelato che nel caso in cui venga realizzato un terzo capitolo di Jumanji ci sono già molte star che hanno espresso il desiderio di essere coinvolte nel progetto e “diventare” degli avatar. L’attore ha infatti spiegato che molti colleghi gli hanno chiesto di ottenere la possibilità di avere una parte nella realizzazione di un’avventura di Jumanji e essere “interpretati” da lui o da Kevin Hart.

3. COME INTERPRETARE DEVITO? OSSERVANDOLO

Danny DeVito ha raccontato che Dwayne Johnson lo ha osservato a lungo sul set per capire in che modo “interpretarlo” nel film. La star ha spiegato di non aver dato alcun consiglio al collega che ha semplicemente sfruttato nel migliore dei modi il tempo trascorso insieme per scoprire tutti i dettagli utili per lavorare sul set nel migliore dei modi.

4. DAGLI AVATAR L’IDEA DI COINVOLGERE DEGLI ANZIANI

Dwayne Johnson ha svelato di aver avuto l’idea di introdurre nella storia la coppia di anziani amici affidati poi a Danny DeVito e Danny Glover mentre parlava con Jake Kasdan dell’ipotesi di realizzare un sequel. Il fatto che in Jumanji vengano coinvolti gli avatar, che modificano totalmente l’aspetto fisico e le caratteristiche di una persona, lo hanno spinto a ipotizzare una storia in stile Cocoon, arrivando quindi al coinvolgimento nelle avventure nel mondo del videogame del nonno di Spencer e del suo amico.

5. ULTIMO FILM? JACK BLACK VERSO IL RITIRO

Jack Black, durante la promozione del film, ha svelato di non escludere che Jumanji: The Next Level sia il suo ultimo film. Da tempo l’attore ha infatti pensato a un possibile ritiro dal mondo dello spettacolo per poter trascorrere più tempo con la sua famiglia e per ora non ha deciso se accettare ulteriori progetti. Il 50enne Jack ha però ammesso che potrebbe valutare dei ruoli in qualche serie tivù, visto che l’impegno sul set sarebbe più lungo, ma con orari meno impegnativi.

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La dea fortuna di Ozpetek non è il solito film sulle famiglie arcobaleno

Una coppia gay in crisi (Accorsi-Leo) si trova a gestire i due bambini di un'amica (Trinca). Ma la storia fa riflettere sulla genitorialità di tutti, a prescindere dall'orientamento sessuale. Una raffica di sentimenti, emozioni, risate e qualche lacrima.

Ferzan Ozpetek torna alla regia con La dea fortuna, film con cui esplora nuovamente il tema della famiglia tramite il racconto della coppia composta da Alessandro (Edoardo Leo) e Arturo (Stefano Accorsi) che fa i conti con un rapporto in difficoltà e la cui quotidianità viene stravolta dall’entrata in scena di Annamaria (Jasmine Trinca), la migliore amica di Alessandro, e dei suoi due figli.

TROPPO IN SECONDO PIANO GLI ATTORI NON PROTAGONISTI

La sceneggiatura, scritta dal filmmaker in collaborazione con Gianni Romoli e Silvia Ranfagni, riesce a delineare i protagonisti con grande attenzione, permettendo ad Accorsi e Leo di regalare due ottime interpretazioni che sostengono una narrazione in cui i personaggi secondari, nonostante propongano degli spunti narrativi interessanti come nel caso di chi deve fare i conti con l’Alzheimer, restano purtroppo sempre in secondo piano.

RACCONTO DIVERTENTE E A TRATTI COMMOVENTE

La bravura delle due star riesce però a proporre un racconto emozionante, divertente e a tratti commovente di un amore che si rinnova e si mette alla prova, trovando nei giochi di contrasti la formula quasi perfetta per coinvolgere gli spettatori nel susseguirsi di situazioni, musica, scambi di battute e suggestioni visive.

LA FOTOGRAFIA VALORIZZA LE LOCATION

La luminosa fotografia valorizza inoltre le location scelte, passando da Roma alla Sicilia, e facendo quasi dimenticare l’irrealtà del mondo creato da Ozpetek fatto anche di terrazzi e palazzi che rispecchiano l’apertura o la chiusura mentale di chi ci abita.

Jasmine Trinca interpreta il ruolo di Annamaria, la mamma dei due bambini.

FILM NON SENZA DIFETTI MA CHE LASCIA IL SEGNO

La dea fortuna non è un film privo di difetti, tuttavia riesce a mantenersi ben ancorato alla realtà grazie ai sentimenti e alle emozioni portate in scena, regalando ai fan di Ozpetek un nuovo racconto che lascia il segno.

LA DEA FORTUNA IN PILLOLE

LA SCENA MEMORABILE

Alessandro e Arturo affrontano i compiti dei due bambini.

LA FRASE CULT

«Mettiamoci ancora più nei guai!».

TI PIACERÀ SE

Ami lo stile del regista e il suo approccio alla rappresentazione di situazioni reali.

DEVI EVITARLO SE

Non apprezzi i racconti pieni di sentimenti ed emozioni.

CON CHI VEDERLO

Con la propria famiglia, per riflettere sui sentimenti che legano le persone tra loro.

PERCHÉ VEDERLO

Per apprezzare l’approccio pieno di speranza che offre il racconto.

Regia: Ferzan Ozpetek; genere: commedia (Italia, 2019); attori: Stefano Accorsi, Edoardo Leo, Jasmine Trinca, Sara Ciocca, Edoardo Brandi.

1. L’OBIETTIVO: PARLARE DELLA GENITORIALITÀ

Ferzan Ozpetek ha spiegato che il suo obiettivo non era di affrontare il tema delle famiglie arcobaleno, ma di riflettere sul fatto che essere genitori «non è una questione genetica, ma di cuore, cervello e moralità». Il regista, presentando il suo nuovo film, ha voluto ribadire: «Si è genitori dalla cintura in su, non dalla cintura in giù».

2. LO SPUNTO PER OZPETEK: UNO SCENARIO COI SUOI NIPOTI

Alla base del progetto c’è un’esperienza personale vissuta dal regista: alcuni anni fa suo fratello si è gravemente ammalato e sua moglie gli ha chiesto, nel caso in cui fosse successo qualcosa anche a lei, di occuparsi assieme al compagno dei suoi due figli. Questa situazione ha portato Ozpetek ad affrontare dei dubbi e delle paure personali inedite, non sapendo come avrebbe reagito alla possibile entrata nella sua vita quotidiana dei nipoti 12enni. La dea fortuna nasce quindi come esplorazione di quelle emozioni e di quei dubbi, cercando di offrire a se stesso e a gli spettatori delle risposte.

3. CHE FEELING SUL SET: LA COMPLICITÀ TRA I PROTAGONISTI

Stefano Accorsi ha svelato di essere rimasto sorpreso dall’essere riuscito a creare subito la giusta complicità con Edoardo Leo, potendo così rappresentare una coppia che sta insieme da oltre 10 anni in modo naturale ed efficace. La collaborazione tra di loro, secondo l’attore, è stata molto facile. Il suo collega ha confermato questo elemento lodando la capacità del cast di comprendere con bravura la storia proposta dalla sceneggiatura e le caratteristiche uniche dei personaggi.

4. IL SOGNO DIVENTATO REALTÀ DI LEO: LAVORARE COL REGISTA

Edoardo Leo ha raccontato che lavorare con Ferzan Ozpetek è sempre stato un suo sogno e da anni sperava di ricevere una proposta per collaborare con lui. L’attore ha sottolineato che entrare a far parte della famiglia creata dal regista è un’esperienza unica e gli ha permesso di mettersi alla prova come attore, in particolare dal punto di vista emotivo che ha richiesto un grande impegno.

5. L’APPROCCIO AL LAVORO: CAMBI A SORPRESA SUL SET

Accorsi ha raccontato che quando si lavora con Ozpetek si arriva sul set senza sapere esattamente cosa accadrà, pur avendo un’idea di quello che si dovrebbe girare. L’attore ha spiegato che la scena in cui si balla sotto la pioggia inizialmente mostrava tutti che fuggivano tranne Annamaria, interpretata da Jasmine Trinca. Il regista è però arrivato sul set e ha cambiato tutto perché ha detto che la reazione dei personaggi sarebbe stata proprio l’opposto, cioè uscire sotto la pioggia a danzare.

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La dea fortuna di Ozpetek non è il solito film sulle famiglie arcobaleno

Una coppia gay in crisi (Accorsi-Leo) si trova a gestire i due bambini di un'amica (Trinca). Ma la storia fa riflettere sulla genitorialità di tutti, a prescindere dall'orientamento sessuale. Una raffica di sentimenti, emozioni, risate e qualche lacrima.

Ferzan Ozpetek torna alla regia con La dea fortuna, film con cui esplora nuovamente il tema della famiglia tramite il racconto della coppia composta da Alessandro (Edoardo Leo) e Arturo (Stefano Accorsi) che fa i conti con un rapporto in difficoltà e la cui quotidianità viene stravolta dall’entrata in scena di Annamaria (Jasmine Trinca), la migliore amica di Alessandro, e dei suoi due figli.

TROPPO IN SECONDO PIANO GLI ATTORI NON PROTAGONISTI

La sceneggiatura, scritta dal filmmaker in collaborazione con Gianni Romoli e Silvia Ranfagni, riesce a delineare i protagonisti con grande attenzione, permettendo ad Accorsi e Leo di regalare due ottime interpretazioni che sostengono una narrazione in cui i personaggi secondari, nonostante propongano degli spunti narrativi interessanti come nel caso di chi deve fare i conti con l’Alzheimer, restano purtroppo sempre in secondo piano.

RACCONTO DIVERTENTE E A TRATTI COMMOVENTE

La bravura delle due star riesce però a proporre un racconto emozionante, divertente e a tratti commovente di un amore che si rinnova e si mette alla prova, trovando nei giochi di contrasti la formula quasi perfetta per coinvolgere gli spettatori nel susseguirsi di situazioni, musica, scambi di battute e suggestioni visive.

LA FOTOGRAFIA VALORIZZA LE LOCATION

La luminosa fotografia valorizza inoltre le location scelte, passando da Roma alla Sicilia, e facendo quasi dimenticare l’irrealtà del mondo creato da Ozpetek fatto anche di terrazzi e palazzi che rispecchiano l’apertura o la chiusura mentale di chi ci abita.

Jasmine Trinca interpreta il ruolo di Annamaria, la mamma dei due bambini.

FILM NON SENZA DIFETTI MA CHE LASCIA IL SEGNO

La dea fortuna non è un film privo di difetti, tuttavia riesce a mantenersi ben ancorato alla realtà grazie ai sentimenti e alle emozioni portate in scena, regalando ai fan di Ozpetek un nuovo racconto che lascia il segno.

LA DEA FORTUNA IN PILLOLE

LA SCENA MEMORABILE

Alessandro e Arturo affrontano i compiti dei due bambini.

LA FRASE CULT

«Mettiamoci ancora più nei guai!».

TI PIACERÀ SE

Ami lo stile del regista e il suo approccio alla rappresentazione di situazioni reali.

DEVI EVITARLO SE

Non apprezzi i racconti pieni di sentimenti ed emozioni.

CON CHI VEDERLO

Con la propria famiglia, per riflettere sui sentimenti che legano le persone tra loro.

PERCHÉ VEDERLO

Per apprezzare l’approccio pieno di speranza che offre il racconto.

Regia: Ferzan Ozpetek; genere: commedia (Italia, 2019); attori: Stefano Accorsi, Edoardo Leo, Jasmine Trinca, Sara Ciocca, Edoardo Brandi.

1. L’OBIETTIVO: PARLARE DELLA GENITORIALITÀ

Ferzan Ozpetek ha spiegato che il suo obiettivo non era di affrontare il tema delle famiglie arcobaleno, ma di riflettere sul fatto che essere genitori «non è una questione genetica, ma di cuore, cervello e moralità». Il regista, presentando il suo nuovo film, ha voluto ribadire: «Si è genitori dalla cintura in su, non dalla cintura in giù».

2. LO SPUNTO PER OZPETEK: UNO SCENARIO COI SUOI NIPOTI

Alla base del progetto c’è un’esperienza personale vissuta dal regista: alcuni anni fa suo fratello si è gravemente ammalato e sua moglie gli ha chiesto, nel caso in cui fosse successo qualcosa anche a lei, di occuparsi assieme al compagno dei suoi due figli. Questa situazione ha portato Ozpetek ad affrontare dei dubbi e delle paure personali inedite, non sapendo come avrebbe reagito alla possibile entrata nella sua vita quotidiana dei nipoti 12enni. La dea fortuna nasce quindi come esplorazione di quelle emozioni e di quei dubbi, cercando di offrire a se stesso e a gli spettatori delle risposte.

3. CHE FEELING SUL SET: LA COMPLICITÀ TRA I PROTAGONISTI

Stefano Accorsi ha svelato di essere rimasto sorpreso dall’essere riuscito a creare subito la giusta complicità con Edoardo Leo, potendo così rappresentare una coppia che sta insieme da oltre 10 anni in modo naturale ed efficace. La collaborazione tra di loro, secondo l’attore, è stata molto facile. Il suo collega ha confermato questo elemento lodando la capacità del cast di comprendere con bravura la storia proposta dalla sceneggiatura e le caratteristiche uniche dei personaggi.

4. IL SOGNO DIVENTATO REALTÀ DI LEO: LAVORARE COL REGISTA

Edoardo Leo ha raccontato che lavorare con Ferzan Ozpetek è sempre stato un suo sogno e da anni sperava di ricevere una proposta per collaborare con lui. L’attore ha sottolineato che entrare a far parte della famiglia creata dal regista è un’esperienza unica e gli ha permesso di mettersi alla prova come attore, in particolare dal punto di vista emotivo che ha richiesto un grande impegno.

5. L’APPROCCIO AL LAVORO: CAMBI A SORPRESA SUL SET

Accorsi ha raccontato che quando si lavora con Ozpetek si arriva sul set senza sapere esattamente cosa accadrà, pur avendo un’idea di quello che si dovrebbe girare. L’attore ha spiegato che la scena in cui si balla sotto la pioggia inizialmente mostrava tutti che fuggivano tranne Annamaria, interpretata da Jasmine Trinca. Il regista è però arrivato sul set e ha cambiato tutto perché ha detto che la reazione dei personaggi sarebbe stata proprio l’opposto, cioè uscire sotto la pioggia a danzare.

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“Il primo Natale”, il vorrei ma non posso di Ficarra e Picone

Commedia natalizia per il duo comico che festeggia 25 anni di carriera assieme. Un approccio ironico per affrontare i problemi della società. Ma senza osare fino in fondo nella critica a religione e tradizioni. Pur strappando comunque diverse risate. La recensione.

Il duo di comici composto da Salvatore Ficarra e Valentino Picone torna nei cinema con la commedia natalizia Il primo Natale che segue le avventure del ladro Salvo e del prete Valentino, trasportati indietro nel tempo e arrivati misteriosamente ai giorni della nascita di Gesù, ritrovandosi così alle prese con l’epoca della dominazione romana, molte incomprensioni e problemi.

I CONTRASTI DI DUE FIGURE QUASI AGLI OPPOSTI

Il salto indietro nel tempo diventa un espediente per affrontare con ironia i problemi della società contemporanea e l’approccio delle persone alla religione, riuscendo non sempre nell’obiettivo nonostante il film strappi diverse risate. Visivamente ben curato, anche grazie al contributo del direttore della fotografia Daniele Ciprì, Il Primo Natale può sfruttare anche la convincente interpretazione di Massimiliano Popolizio nel ruolo dello spietato Erode e il pubblico di tutte le età sarà coinvolto nella divertente narrazione dei tentativi dei due protagonisti, costruiti dai due comici in collaborazione con gli sceneggiatori Nicola Guaglianone e Fabrizio Testini sfruttando i contrasti di due figure quasi in opposizione.

PIÙ ORIGINALE DELLE ALTRE PROPOSTE NATALIZIE

Pur non mantenendo alta la comicità dall’inizio alla fine e non osando fino in fondo criticare in modo tagliente la società o le tradizioni, la commedia riesce comunque a inserirsi con una certa originalità tra le proposte natalizie, sfruttando la simpatia trascinante di Ficarra e Picone.

Una scena del film “Il primo Natale”.

IL PRIMO NATALE IN PILLOLE

LA SCENA MEMORABILE

I due protagonisti vengono coinvolti nella nascita di Gesù.

LA FRASE CULT

«Come bambino sarà tranquillo, poi le cose si complicano dopo i 30 anni: moltiplica i pani, cammina sulle acque… buon Natale!»

TI PIACERÀ SE

Ami la comicità semplice e sincera di Ficarra e Picone.

DEVI EVITARLO SE

Non apprezzi le commedie leggere che cercano di offrire riflessioni su aspetti sociali.

CON CHI VEDERLO

Assieme a chi vuole rilassarsi con una commedia natalizia per tutta la famiglia.

PERCHÉ VEDERLO

Per divertirsi con un film in grado di coinvolgere lo spettatore sfruttando tradizioni e problemi sociali.

Regia: Salvatore Ficarra, Valentino Picone; genere: commedia (Italia, 2019); attori: Salvatore Ficarra, Valentino Picone, Massimo Popolizio, Roberta Mattei, Giacomo Mattia.

1. PROGETTO IDEATO DA TEMPO: TUTTO È NATO DAL PRESEPE

La storia alla base del film Il primo Natale era stata ideata da tempo da Ficarra e Picone e i due hanno sottolineato che volevano avvicinarsi al loro primo progetto destinato a una distribuzione durante le feste senza ricorrere a figure come Babbo Natale o le renne, ma riprendendo il racconto tradizionale del compleanno di Gesù. Nicola Guaglianone ha raccontato che si è quindi partiti dall’idea del presepe per poi ampliare il racconto con molte tematiche e situazioni divertenti.

2. FONTI D’ISPIRAZIONE: TOTÒ, VILLAGGIO, BOLDI E DE SICA

Tra i riferimenti cinematografici a cui si sono ispirati Ficarra e Picone per dirigere la commedia ci sono molti film classici, tra cui Non ci resta che piangere e Ritorno al futuro, e comici del calibro di Totò, Paolo Villaggio, Massimo Boldi e Christian De Sica.

Ficarra e Picone nel loro film di Natale.

3. TEMPI STRETTI PER GIRARE: SOLO 10 SETTIMANE

Il tempo a disposizione per le riprese era di solo 10 settimane e questo ha obbligato il team della produzione e i due registi a prepararsi con grande attenzione fin da mesi prima dell’inizio del lavoro sul set, in modo da prevedere eventuali problemi e individuarne subito le possibili soluzioni.

4. CARRIERA DA CELEBRARE: IL DUO FA 25 ANNI ASSIEME

Il duo composto da Ficarra e Picone festeggia i suoi primi 25 anni di carriera e le celebrazioni iniziano proprio con l’uscita del film Il primo Natale nelle sale per poi proseguire con una tournée teatrale che si concluderà a Natale 2020.

5. SPUNTI PER IL PUBBLICO: L’OBIETTIVO DI FAR RIFLETTERE

La scelta di riflettere sul presente è stata sviluppata fin dall’inizio perché Ficarra e Picone hanno dichiarato: «Ci piace l’idea che il pubblico possa uscire dal cinema con una domanda e che abbia voglia di discutere di quello che ha visto, anche rimanendo della sua opinione».

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Così Ciro è diventato l’Immortale

Marco D'Amore racconta il passato del protagonista di Gomorra. Un progetto cross-mediale che vuole essere un ponte cinematografico tra la quarta e la quinta stagione della serie.

Ciro di Marzio, il personaggio amato dai fan della serie Gomorra, ritorna sugli schermi, questa volta cinematografici, con L’immortale diretto e interpretato da Marco D’Amore.

La trama comincia con un colpo esploso a bordo di una barca: Genny Savastano spara a Ciro il cui corpo sprofonda nelle acque buie del Golfo di Napoli. In quel momento riaffiorano i ricordi: un bambino piange tra le macerie di un palazzo distrutto nel terremoto dell’Irpinia. È il 1980 e quel neonato, rimasto solo al mondo, è destinato a diventare l’Immortale.

UN EPISODIO INDIPENDENTE DI GOMORRA

D’Amore si mette alla prova nella triplice veste di attore, sceneggiatore (in collaborazione con Leonardo Fasoli, Maddalena Ravagli, Giulia Forgione e Francesco Ghiaccio) e regista, confezionando un prodotto cross-mediale dedicato ai fan di Gomorra con l’obiettivo, ha spiegato lo stesso D’Amore, «di portare in sala tutti quelli che per varie ragioni non hanno mai visto la serie». A fare da scenario una Napoli bellissima e tragica, mentre i flashback propongono una versione di Ciro dickensoniana.

Con l’Immortale Marco D’Amore debutta alla regia cinematografica dopo aver diretto due episodi della quarta stagione di Gomorra.

L’Immortale è un film di ottimo livello e atipico nel panorama italiano, ma ha il limite di essere pienamente comprensibile solo dal pubblico televisivo che scoprirà anche personaggi nuovi tra cui Bruno (Salvatore D’Onofrio e Giovanni Vastrella), Vera (Marianna Robustelli) e Stella (Martina Attanasio), una ragazza che aveva affascinato Ciro e che è ora compagna del suo amico di infanzia.

Regia: Marco D’Amore; genere: drammatico (Italia, 2019); attori: Marco D’Amore, Giuseppe Aiello, Salvatore D’Onofrio, Gianni Vastarella, Marianna Robustelli, Martina Attanasio, Nello Mascia

L’IMMORTALE IN PILLOLE

TI PIACERÀ SE: Non hai mai perso un episodio di Gomorra e non hai ancora digerito la morte di Ciro Di Marzio alla fine della terza stagione.

DEVI EVITARLO SE: Non ami la saga e non sai nulla dell’Immortale. O non ami particolarmente i thriller.

CON CHI VEDERLO: con i fan della serie e chi è curioso di conoscere Ciro prima dell’Immortale.

PERCHÉ VEDERLO: per apprezzare Marco D’Amore anche dietro la macchina da presa.

LA SCENA MEMORABILE: quella che non si può dire. Mica vorrete degli spoiler?

LA FRASE CULT: «Io sono morto già».

L’Immortale è un progetto cross-mediale tra serie tivù e cinema.

1. UN PROGETTO TRA SALOTTO E SALA

L’Immortale è un esperimento cross-mediale tra tivù e grande schermo. Una sorta di cerniera tra la quarta e la quinta stagione di Gomorra.

2. L’UMANITÀ DELL’IMMORTALE

Il personaggio di Ciro è particolarmente amato da Marco D’Amore che lo considera un «antieroe romantico». «Lo ritengo uno di quegli uomini per metà polvere e per l’altra metà dei», ha detto il regista. «Crea conflitto nello spettatore: la faccia feroce dell’uomo che lotta per imporsi, e accanto la fragilità di un essere umano alla ricerca di qualcosa di vero a cui aggrapparsi».

3. LA DIFFICOLTÀ DI FARSI IN TRE

Il triplice impegno non è stato sempre facile da gestire, in particolare sul set: D’Amore ha ammesso di essersi inizialmente «maledetto» per aver deciso di dover lavorare dietro e davanti la macchina da presa. Poi con il procedere delle riprese tutto ha trovato un suo equilibrio. L’Immortale segna il debutto alla regia cinematografica per D’Amore che aveva già diretto il quinto e il sesto episodio della quarta stagione di Gomorra.

Marco D’Amore è Ciro Di Marzio ne L’Immortale.

4. LA RICERCA PER RICOSTRUIRE LA NAPOLI ANNI 80

Per ricostruire la Napoli degli Anni 80 e Secondigliano gli sceneggiatori hanno compiuto un accurato lavoro di ricerca su documenti d’archivio e immagini di repertorio.

5. IL PRIMO FILM ITALIANO IN LARGE FORMAT

L’Immortale è il primo film italiano realizzato in large format, ovvero un formato intermedio tra i 35 e i 65 mm. Guido Michelotti, direttore della fotografia ha spiegato: «Fino a qualche anno fa le fiction televisive si giravano in 16 mm e il cinema in 35mm, questo rendeva l’immagine dei film più spettacolare. Oggigiorno le serie televisive si girano con le stesse camere che si usano per i film, per questo motivo il cinema si sta muovendo verso formati sempre più ampi, per differenziare l’immagine da quella che lo spettatore è abituato a vedere in tivù».


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Woody Allen torna a New York (nonostante il #Metoo)

Dopo le accuse di molestie della figlia che hanno complicato l'uscita del film, il regista americano arriva nelle sale con un'opera che rievoca i suoi vecchi lavori: dai personaggi ai dialoghi brillanti.

Le polemiche ritornate a galla con la nascita del movimento #MeToo hanno impedito a lungo di portare nelle sale Un giorno di pioggia a New York. Il film racconta la storia di Gatsby (Timothée Chalamet), che vive nella Grande Mela, e Ashleigh (Elle Fanning), che si occupa del giornale dell’università dell’Arizona dove ha conosciuto il fidanzato, i cui progetti di trascorrere un weekend romantico vengono stravolti.

Woody Allen ritorna a New York e lo fa riportando in scena situazioni e figure già proposte nella sua filmografia: il regista plasma su se stesso lo studente Gatsby che ama il cinema del passato e si ritrova alle prese con la sorella minore di una sua ex, Shannon (Selena Gomez), mentre Ashleigh, che viene trascinata nel complicato mondo del filmmaker Roland Pollard (Liev Schreiber) che deve intervistare, avrebbe potuto essere in passato affidata a Diane Keaton.

La splendida fotografia di Vittorio Storaro crea un’atmosfera malinconica e suggestiva in cui si muovono figure che appaiono versioni contemporanee di personaggi già conosciuti. Chi ama il cinema di Allen non potrà quindi che gioire: le buone performance delle giovani star, l’esperienza dei co-protagonisti e i consueti dialoghi brillanti, che mescolano leggerezza e riflessioni sulla vita, sostengono un film confezionato con maestria che paga forse un po’ troppo le sue radici nel passato per rivolgersi agli spettatori che dovrebbero riconoscersi nei protagonisti.

Un giorno di pioggia a New York riesce però a inserirsi tra le migliori opere del suo autore grazie alla freschezza dei suoi interpreti, a un ritmo incalzante e all’esperienza di Woody Allen che si muove sicuro tra triangoli sentimentali, dubbi esistenziali, contrasti sociali e cambiamenti.

UN GIORNO DI PIOGGIA A NEW YORK: 5 COSE DA SAPERE

I guai dopo le accuse di molestie della figlia

Woody Allen ha raggiunto un accordo con Amazon Studios dopo che il regista aveva deciso di procedere per vie legali a causa della conclusione anticipata del contratto che prevedeva il finanziamento e la distribuzione di quattro film, tra cui anche Un giorno di pioggia a New York. Lo studio aveva deciso di interrompere la collaborazione dopo che erano riemerse le accuse di Dylan Farrow, la figlia del regista che da anni sostiene di essere stata molestata. Amazon riteneva che la situazione impedisse di ottenere i benefici, economici e di immagine, alla base dell’accordo, portando quindi Allen a coinvolgere gli avvocati per riuscire a ottenere circa 68 milioni di dollari per compensare le perdite subite.

Un gioco di contrasti tra luci e ombre

Vincenzo Storaro ha scelto di usare luci diverse e momenti di camera differenti per enfatizzare le due personalità di Gatsby e Ashleigh: il ragazzo ama la New York nuvolosa e piovosa, mentre Ashleigh è maggiormente estroversa e piena di passione, venendo quindi associata a colori più caldi. Le scene con al centro la giovane sono poi state girate usando una steadicam, elemento scelto per sottolineare il bisogno di libertà e di movimento del personaggio affidato a Elle Fanning, mentre per quelle dedicate a Gatsby la macchina da presa è stabile.

Allen e il rapporto indissolubile col cinema

Il regista, in una recente intervista, ha rivelato di non aver mai pensato di ritirarsi dal mondo del cinema nonostante le ripercussioni della pubblicazione delle notizie legate alle accuse che gli rivolge la figlia Dylan. Allen ha sottolineato: «Fin da quando ho iniziato a lavorare ho sempre cercato di concentrarmi sul mio lavoro, a prescindere da quello che accade nella mia famiglia o dagli aspetti politici. Non penso ai movimenti sociali. Il mio cinema è sui rapporti umani e sulle persone. E cerco di metterci dell’umorismo. Se dovessi morire probabilmente accadrebbe su un set cinematografico, e potrebbe succedere davvero».

Il prossimo progetto: Rivkin’s Festival

I problemi affrontati da Allen negli Stati Uniti potrebbero portare il filmmaker a proseguire la sua carriera solo in Europa, dove riesce ancora a ottenere i finanziamenti necessari. Il suo nuovo progetto si intitola, fino a questo momento, Rivkin’s Festival e ha come protagonisti Elena Anaya, Sergi Lopez, Gina Gershon, Wallace Shawn, Christoph Waltz e Louis Garrel. La storia è ispirata al San Sebastian Film Festival dove una coppia americana viene travolta dalla magia dell’evento e la donna inizia una relazione con un regista francese, mentre il marito si innamora di un’affascinante abitante della città.

Le reazioni del cast alle accuse di molestie

Le accuse rivolte a Woody Allen hanno diviso i membri del cast tra chi ha annunciato di rimpiangere la propria decisione di lavorare con il regista e chi, invece, lo ha difeso o sostenuto di non avere abbastanza informazioni per avere un’opinione obiettiva. Griffin Newman ha donato il proprio salario all’associazione Rainn (Rape and Incest National Network), stessa scelta compiuta da Timothée Chalamet che ha però diviso la cifra aiutando anche Time’s Up e Lgbt Center di New York.

Selena Gomez, seppur non dura nella propria opinione come i colleghi, ha donato oltre 1 milione di dollari a Time’s Up, organizzazione sostenuta anche da Rebecca Hall che ha ribadito comunque di ritenere la situazione complessa e di condannare i processi pubblici. A sostegno di Allen si erano poi schierati Jude Law, che considerava una vergogna che il film non venisse distribuito, e Cherry Jones che, dopo aver cercato ed esaminato ogni informazione relativa alle accuse, ha deciso di ritenere Allen innocente.

IL FILM DI WOODY ALLEN IN PILLOLE

La scena memorabile: Gatsby scopre i sentimenti di Shannon.

La frase cult: «La vita reale è per chi non sa fare di meglio».

Ti piacerà se: ami il cinema di Woody Allen e i suoi personaggi complicati e un po’ nevrotici.

Devi evitarlo se: vorresti vedere dei protagonisti inediti nella filmografia del regista.

Con chi vederlo: con la persona amata, per riflettere sugli ostacoli affrontati ogni giorno.

Perché vederlo: per apprezzare le interpretazioni di un cast di talento valorizzato da dialoghi e battute brillanti e un po’ romantiche.

Regia: Woody Allen; genere: commedia (Usa, 2018); attori: Timothée Chalamet, Elle Fanning, Selena Gomez, Jude Law, Rebecca Hall, Cherry Jones, Liev Schreiber, Diego Luna.

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Cetto c’è ed è più sovranista dei sovranisti

Esce nelle sale il nuovo film di Antonio Albanese, terzo capitolo del suo celebre personaggio La Qualunque. Ma questa volta la realtà sembra superare la fantasia.

Antonio Albanese riprende il ruolo di Cetto La Qualunque per tornare a ironizzare sui problemi della società contemporanea nella commedia Cetto C’è, senzadubbiamente. Dopo aver lasciato la politica e l’Italia, il protagonista si è trasferito in Germania dove gestisce una catena di pizzerie, ha conosciuto sua moglie ed è diventato padre. Quando la sorella di sua madre lo fa tornare a Marina di Sopra, in Calabria, Cetto scopre però di essere in realtà l’erede del principe Luigi Buffo di Calabria e diventa un sovrano “assolutista”.

Il personaggio creato insieme a Piero Guerrera, arrivato alla sua terza apparizione cinematografica, paga un po’ troppo la sua natura prevalentemente adatta al piccolo schermo nonostante la sceneggiatura e la regia di Giulio Manfredonia cerchino di creare una narrazione scorrevole e ricca di momenti divertenti, sfruttando i contrasti esistenti tra le diverse generazioni con Cetto e Melo (un convincente Davide Giordano), e tra il passato politico e la sua nuova quotidianità da monarca.

L’approccio sarcastico alla situazione della nostra nazione funziona solo a tratti e nemmeno i tanti equivoci, le situazioni sopra le righe, le battute legate all’idea degli italiani mafiosi e dei tedeschi nazisti, e il rapporto con la moglie riescono a dare spessore a una commedia davvero esile per quanto riguarda i contenuti e l’originalità. Il film comunque riesce a strappare qualche risata, ma il talento di Albanese meriterebbe un progetto più curato e meno scontato per far emergere i tempi comici e l’espressività che lo caratterizzano come attore.

CINQUE COSE DA SAPERE SU CETTO C’È, SENZADUBBIAMENTE

Un lavoro complicato: «La realtà ha superato la fantasia

Antonio Albanese ha dichiarato che il lavoro di comico sta diventando sempre più complicato perché «la realtà supera ogni forma di comicità». L’attore ha sostenuto che persino le sue battute, così sopra le righe, stanno iniziando ad avere troppi punti di contatto con la vita quotidiana degli italiani. Albanese ha quindi sottolineato che Cetto, per gli standard attuali, è un moderato ed è necessario reagire alla situazione con l’energia della comicità.

Le richieste dei fan ad Albanese per un terzo capitolo

Il ritorno di Cetto sul grande schermo è stato deciso dopo le numerose richieste dei fan che volevano assistere a un terzo capitolo della sua storia nelle sale. Albanese e lo sceneggiatore Piero Guerrera avevano dichiarato che avrebbero pensato a un altro film solo se ne valeva la pena e dopo 7 anni hanno avuto un’idea che hanno ritenuto valida, iniziando a svilupparla.

Gli intrecci tra vita reale e finzione

Antonio Albanese ha svelato che la storia ha un piccolo punto in comune con la sua vita: il padre dell’attore è infatti stato costretto a lasciare la Sicilia e trasferirsi al Nord per trovare un lavoro, nonostante amasse la propria regione.

Una “vera” iniziativa: la piattaforma Pileau

Online è stata lanciata ufficialmente la piattaforma Pileau che sostiene la candidatura di Cetto La Qualunque al trono del Regno delle due Calabrie e dove è possibile esprimere liberamente le proprie idee. L’ironica iniziativa prende il nome dal “filosofo” Jean Jean Pileau, descritto come un «evasore fiscale, mecenate e sessuomane francese vissuto a cavallo tra 700, 800 e 900. Nato nel 1798 in Francia da genitori di origini italiane».

Un brano virale: il duetto Albanese-Guè Pequeno

Nella colonna sonora del film Cetto c’è, senzadubbiamente è presente un duetto di Antonio Albanese con Guè Pequeno, intitolato Io sono il re, accompagnato online da un video che ha già superato quota 900.000 visualizzazioni su YouTube e diventato un fenomeno virale.

IL FILM DI ALBANESE IN PILLOLE

La scena memorabile: Cetto scopre le sue vere origini;

La frase cult: «La democrazia non può garantire più niente, un re sì»;

Ti piacerà se: Ami le commedie leggere che si ispirano alla realtà;

Devi evitarlo se: se non ami battute legate agli stereotipi e un’immagine della donna un po’ troppo banalizzata;

Con chi vederlo: insieme a chi apprezza il talento comico di Antonio Albanese;

Perché vederlo: per riflettere senza troppo impegno sulla possibile direzione della politica italiana.

Regia: Giulio Manfredonia; genere: commedia (Italia, 2019); attori: Antonio Albanese, Nicola Rignanese, Caterina Shulha, Gianfelice Imparato, Davide Giordano.

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Trailer e recensione di Les Mans ’66

Il film con Damon e Bale fa rivivere il grande confronto tra Ford e Ferrari attraverso l'amicizia dei due protagonisti Carroll Shelby e Ken Miles.

La storia vera di un’amicizia che ha trasformato il mondo delle corse automobilistiche è al centro di Le Mans ’66 – La grande sfida, il film diretto da James Mangold dopo il successo di Logan. Gli eventi prendono il via nel 1959 quando Carroll Shelby (Matt Damon), dopo la vittoria alla 24 Ore di Le Mans, scopre di non poter più correre a causa di una patologia cardiaca. Lascia così le piste, per vendere automobili.

Fino a quando con l’amico collaudatore Ken Miles (Christian Bale) e un team di ingegneri e meccanici, Shelby raccoglie la sfida lanciata dalla Ford: battere la Ferrari. Le Mans ’66 – La grande sfida funziona soprattutto grazie alle ottime performance dei protagonisti. La narrazione sebbene cada nella retorica riesce a restituire, attraverso il rapporto tra i due, la portata di una sfida epica.

Al suo debutto nelle sale nel weekend del 16-17 novembre il film ha conquistato il primo posto al box office in Nord America con 31,5 milioni di dollari. Anche in Italia ha sbancato: uscito in 497 sale, ha incassato 1.246.126 euro. La storia è nota.

Regia: James Mangold; genere: drammatico (Usa, 2019); attori: Matt Damon, Christian Bale, Jon Bernthal, Caitriona Balfe, Tracy Letts, Josh Lucas, Remo Girone.

LE MANS ’66 IN PILLOLE

TI PIACERÀ SE: apprezzi i film che uniscono azione e storie vere.

PERCHÉ VEDERLO: per ripercorrere una pagina di storia e una sfida agguerrita.

CON CHI VEDERLO: insieme ai fan di Christian Bale e del suo camaleontico talento.

Una scena di Les Mans ’66.

DEVI EVITARLO: se ti aspetti una una versione “storica” di Fast & Furious.

LA SCENA MEMORABILE: Carrol cerca di convincere Ken a partecipare alla sua “folle” impresa.

LA FRASE CULT: «Ford odia quelli come noi, perché siamo diversi».

Damon e Bale sul set.

LE CARRIERE INTRECCIATE DI DAMON E BALE

Christian Bale ha lo stesso agente di Matt Damon e per anni i due attori hanno “rischiato” di lavorare insieme. «Non avrei una carriera se non fosse per i ruoli che ha rifiutato», ha detto Bale parlando di Damon. «Dicevano: “Matt non vuole fare questo film”. “Okay, e Bale?”». Damon ha rinunciato anche alla parte di Dickie Eklund in The Fighter, film che ha fatto conquistare a Bale un premio Oscar come miglior attore non protagonista.

SHELBY-MILES, UN LEGAME UNICO

Bale ha sottolineato che uno degli aspetti più belli della storia raccontata da Le Mans ’66 è il legame strettissimo tra i due protagonisti. Tanto che Shelby riuscì a riconoscere il talento di Miles nonostante il pilota continuasse ad auto-sabotarsi. Matt Damon ha svelato che per portare in scena questa amicizia si è ispirato al rapporto tra fratelli.

Les Mans ’66 racconta una grande amicizia.

UN TALENTO CAMALEONTICO

Christian Bale per girare Le Mans ’66 ha dovuto rimettersi in forma dopo aver preso peso per le riprese di Vice, in cui interpretava Dick Cheney. L’attore ha però dichiarato che in futuro non si sottoporrà più a trasformazioni fisiche estreme.

UN PROGETTO RIMANDATO A LUNGO

James Mangold ha raccontato di aver tenuto d’occhio il progetto fin dal 2011, leggendo le versioni degli script che erano state realizzate fino a quel momento. Dopo aver girato Logan il regista ha quindi chiesto alla 20th Century Fox di lavorarci con collaborazione dei fratelli Butterworth.

Christian Bale interpreta il pilota Ken Miles.

I TAGLI AL MONTAGGIO

Nella sua versione provvisoria, il film durava quattro ore. Il regista è stato costretto a tagliare molto materiale passando prima a 3 ore e 15 poi a 2 ore e 30. Sono così state sacrificate le sottotrame per lasciare spazio al rapporto tra i due protagonisti. Alcune delle sequenze tagliate potrebbero comunque essere inserite nei contenuti extra dei Dvd e Blu-Ray, ma Mangold per ora non ha intenzione di proporre una director’s cut del suo lungometraggio.


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Trailer e recensione de La Belle Époque

Il film di Nicolas Bedos con Daniel Auteuil è una commedia brillante e insieme malinconica. Una sorta di Truman Show che spinge a riflettere sulle relazioni d'amore e sulla nostalgia. Da vedere.

Ritornare a vivere il passato per apprezzare il presente: questa è l’idea alla base dell’affascinante commedia La belle époque, diretta da Nicolas Bedos e presentata all’ultima Festa del cinema di Roma. Daniel Auteuil è Victor, uomo refrattario alle nuove tecnologie che viene cacciato di casa dalla moglie Marianne (Fanny Ardant), la quale al contrario del marito subisce il fascino delle novità. A questo punto entra in scena Antoine (Guillaume Canet) titolare della Time Traveller un’agenzia che ricrea per i clienti un momento del passato. E Victor chiede di rivivere, come in un Truman Show, il 16 maggio 1974: il primo appuntamento con Marianne.

Daniel Auteuil interpreta Victor.

UNA RIFLESSIONE SULL’AMORE

Le brillanti interpretazioni del trio di protagonisti, affiancati dalla carismatica Doria Tillier (Margot, l’alter ego di Marianne) sostengono una commedia dalla vena malinconica e al tempo stesso trascinante. Bedos con La Belle Époque fa riflettere con il sorriso sull’evoluzione dei rapporti sentimentali e sulle difficoltà ad adeguarsi a un mondo in continua evoluzione.

Regia: Nicolas Bedos; genere: commedia (Francia, 2019); attori: Daniel Auteuil, Guillaume Canet, Doria Tillier, Fanny Ardant, Pierre Arditi.

LA BELLE ÉPOQUE IN PILLOLE

TI PIACERÀ SE: apprezzi i film che divertono con intelligenza, accompagnati da un’ottima colonna sonora e interpretazioni brillanti.

DEVI EVITARLO SE: sei un grande appassionato di tecnologia e non capisci chi non è drogato di social media.

PERCHÉ VEDERLO: per divertirsi ed emozionarsi avvolti in un’atmosfera vintage.

Una splendida Fanny Ardant.

CON CHI VEDERLO: insieme a chi si ama, per riflettere con leggerezza sui problemi delle relazioni.

LA SCENA MEMORABILE: Victor “incontra” per la prima volta Marianne, dando indicazioni per ricreare alla perfezione il suo giorno memorabile.

LA FRASE CULT: «Non so cosa mi riserverà il futuro, ma voglio viverlo fino in fondo».

Guillaume Canet nei panni di Antoine ricrea il momento speciale di Victor.

UNA AVVENTURA PSICANALITICA

In una intervista Bedos, classe 1979, ha raccontato di essere stato folgorato da un’immagine: un uomo anziano litiga con la moglie che lo accusa di non sapere stare al passo con i tempi. L’uomo allora entra in una stanza in cui tutto lo riporta agli Anni 70. «Una specie di bolla protettiva che lui stesso ha creato», ha spiegato il regista. «Quest’uomo è nato dal riflesso di alcune persone che mi sono molto vicine e, per alcuni aspetti, da me stesso. Scrivere questa storia è stata una vera avventura anche psicoanalitica».

ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO

Il regista ha ammesso che fin da giovane ha sviluppato una «paura quasi patologica nei confronti dell’erosione dei sentimenti e la distruzione dei ricordi». Un “terrore” che caratterizza quasi tutta la sua produzione.

Una splendida Fanny Ardant.

TECNOLOGIA, USARE CON CAUTELA

Guillaume Canet non è propriamente un tecno-entusiasta. «Si è talmente sommersi nella comunicazione e nei social network», ha detto l’attore, «che si rischia di dimenticare l’essenziale». Il che non significa rigettare la tecnologia tout court: «bisogna usarla con consapevolezza senza perdersi».

UN OMAGGIO AL CINEMA

La Belle Époque è un omaggio al cinema e alla magia della finzione. Non a caso Victor si riappacifica con se stesso nel momento in cui da attore diventa regista del proprio passato.


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